Che Natale sarebbe senza un vin brulé?

#aromatico

Da quando sono andata via di casa – e forse da quando ho iniziato a bere alcol con una certa assiduità – non è Natale se non bevo una tazza di vin brulé.

Vin brulé, mulled wine, glühwein: diverse lingue e geografie per un’unica tradizione che caratterizza i giorni dell’Avvento.

Sebbene capisca possa trattarsi di altrettante diverse varietà, per me non c’è molta differenza, forse per un semplice motivo: non l’ho mai preparato personalmente.

L’ho sempre bevuto frutto dell’estro di qualcun altro, e il primo che io abbia mai sperimentato è stato quello della mia ex coinquilina Dajana.

Il mio primo vin brulé l’ho bevuto a Roma


Roma, dicembre 2011. Non è il primo Natale da studentessa universitaria, anzi è l’ultimo prima di trasferirmi all’estero per la prima di una lunga serie di volte. A breve sarei arrivata ad Oslo, dove non sarebbe bastato il vin brulé per scaldarmi – e in ogni caso sarebbe costato troppo!

In un vecchio appartamento nel quartiere di Montesacro, tra quelle stanze in passato popolate dai soggetti più improbabili, era arrivata lei, Dajana, dritta da Vienna, anche se di origini bosniache. Ci aveva scelte dalle foto dell’annuncio su internet, perché in camera avevo un poster di Jude Law attaccato all’armadio e si era detta che saremmo andate d’accordo.

(Niente di più vero, e ad oggi continuiamo a condividere la passione per il buon cibo e il buon bere, come dimostra il suo blog!)

Un pomeriggio decidiamo di addobbare l’albero e Dajana mette sul fuoco due litri di vino rosso, “non deve essere di prima qualità, ma neppure un Tavernello”, mi dice per spiegarmi che non avremmo sacrificato la mia bottiglia di Primitivo di Manduria. Avrebbe mescolato il vino con nero, zucchero e spezie: arancia, cannella, anice e cardamomo.

Le esalazioni della cucina ben presto inebriarono tutta la casa di un aroma che avrei ritrovato solo anni dopo, passeggiando tra i mercatini di Natale della città di Amburgo.

vin brulé fatto in casa

Il glühwein dei mercatini di Amburgo


Ecco, in realtà stento a chiamarlo vin brulé perché le maggiori quantità di questa bevanda magica le ho bevute in Germania.

Esattamente un anno dopo aver assaggiato la variante casereccia di Dajana, mi trasferisco ad Amburgo e da fine Novembre in poi ogni scusa è buona per andare a prendere una tazza di glühwein ai mercatini di Natale – e soprattutto collezionare le tazze in cui viene servito!

Ricordo le mani gelide ed arrossate che le stringevano come un amuleto e il vapore profumato che attraversava le narici come una cura termale.

Ogni banchetto ha la sua tazza: a forma di stivaletto o di zuccotto, lucida in blu o bordeaux opaco, a volte sono verdi, raramente trasparenti, ma tutte con decorazioni abbastanza kitsch.

Ne ho collezionate almeno una decina, impilate dalla sera prima, quando notevolmente brilla ero troppo stanca per lavarle ed evitare che gli zuccheri residui le facessero appiccicare tra loro. Adesso sono in bella mostra su una mensola, a casa dei miei, dove le ho riportate dopo quell’esperienza.

La più cara, in termini affettivi? L’ultima tazza, quella dell’addio ai colleghi impettiti che solo questo dolce e caldo fluido aveva sciolto insieme alle riserve tipiche del carattere nordico.

Quest’anno per forza di cose dovrò prepararmelo da sola!

Chi di voi ha una combinazione segreta di componenti per riprodurre un perfetto vin brulé?

Eleonora Masi
Eleonora Masi

Social Media Manager, #poliedrica

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Un commento

  1. Che brava e che bello leggerti e poi con questo freddo e sotto le feste un buon vin brûlé forse riuscirebbe a scaldare anche i cuori più malinconici ⭐️

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